GLI EBREI A VERONA

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Gli ebrei a Verona: dal Quattrocento alla II Guerra Mondiale

Una presenza ebraica a Verona è documentabile, in modo certo e continuativo, solo a partire dal primo Quattrocento.
Come accade in tutte le città italiane, l'insediamento ebraico è fortemente legato all'esercizio del prestito a interesse; il Comune di Verona, regolava con precisione questa attività, proibita ai Cristiani. Facevano eccezione la professione medica, le attività commerciali e quelle connesse al piccolo prestito.
Sulla condizione degli Ebrei nella società italiana del Rinascimento si è sviluppato tra gli storici un importante dibattito. Taluni sono più propensi ad evidenziare i fattori di integrazione; altri sottolineano più le ragioni della persistente identità culturale e religiosa degli Ebrei.
Il fatto che gli Ebrei veronesi vivano nel Quattrocento, qua e là in varie contrade del centro urbano è un indizio piccolo ma significativo; questo atteggiamento di tolleranza nella quotidianità, tuttavia, si scontrava con l'orientamento ufficiale, sempre più rigido, che impose ad esempio i segni di riconoscimento sugli abiti.
Inoltre con la bolla "Cum nimis absurdum" il papa Paolo IV stabilì per l'appunto la segregazione degli Ebrei nei Ghetti; il ghetto è vigilato da un Cristiano, pagato dalla comunità ebraica, che controllava la serale chiusura dei cancelli; la medesima bolla stabiliva che gli Ebrei potessero praticare solo la vendita di stracci vecchi e che ogni quindici giorni dovessero assistere ad una predica cristiana, provvedere al pagamento del predicatore; nel caso in cui fossero stati assenti, avrebbero dovuto pagare una multa.

Il Ghetto di Verona venne realizzato nel 1599; in quegli anni fu eretta la sinagoga, i componenti della comunità erano circa 400 e possedevano 25 botteghe. Alla comunità ebraica l'istituzione del ghetto sembrò una soluzione al problema della convivenza con i cristiani.
Il numero degli ebrei presenti nella comunità passò dalle 400 persone agli inizi del '600, agli 800 individui nel 1776 ai 1000 nei primi anni dell'Ottocento e la crescita continuò fino a metà dell'800 circa.
Proprio alla fine del XVIII secolo si colloca l'ultimo episodio di intolleranza. L'arrivo delle truppe napoleoniche sul territorio della repubblica veneta aveva provocato le rivolte filo-giacobine di Brescia, Salò, Desenzano; e la progressiva avanzata dei francesi lasciava presumere che le altre città venete, prima fra tutte Verona, sarebbero state toccate degli eventi rivoluzionari: i nuclei giacobini e le logge monsoniche erano in stato di all'erta. Uno degli episodi che testimoniano in modo esemplare tale tensione politica è l'aggressione ai danni del ghetto, ritenuto un covo di giacobini.

Gli Ebrei avevano tutto l'interesse a sostenere i francesi, che promettevano loro maggior tolleranza e libertà. A partire dall'Editto napoleonico, che permetteva agli ebrei di abitare in qualunque parte della città abbandonando le malsane abitazioni del ghetto, questa zona diventò il quartiere dei poveri malfamato e sporco.
L'annessione al Regno d'Italia significa, anche per Verona, l'inizio di un periodo di grandi trasformazioni, di carattere economico e urbanistico, il ghetto privo di igiene e di decoro venne chiuso, perciò i vecchi abitanti vengono costretti a trovare alloggio nei nuovi quartieri popolari .
Nel 1924 il ghetto venne demolito, nonostante l'opposizione di alcuni uomini di cultura contraria alla trasformazione del centro storico, la demolizione permise la costruzione di nuovi edifici.

 

 

 

Il nucleo veronese è quello più antico e stabile della provincia (l'unico, infatti, rimasto anche dopo la guerra) dalla registrazione prefettizia svolta nel 1942, emerge un quadro delle attività professionali svolte dagli ebrei: quadro che peraltro va assunto come un'indicazione non sempre precisa. Nelle annotazioni del 1942, non si dice se il lavoro di cui si parla viene o può essere svolto effettivamente in quel momento, così come non possiamo dire quanti di coloro che vengono definiti "pensionati" lo siano per libera scelta o perché costretti. I dati dunque ci permettono una ricostruzione a grandi linee, ma vanno comunque interpretati con cautela. La collocazione sociale è prevalentemente di media borghesia: commercianti (22), professionisti (17), impiegati (12) persone genericamente definite "benestanti" o "possidenti"(11), pensionati (14), dirigenti (6), artigiani (3), industriali (3), agricoltori (2), artisti (2), studenti (9).

 

 


Le donne sono in grande maggioranza casalinghe (101), poche le laureate (3), le impiegate (4), le commercianti (2).
A Verona il 55,6% dei matrimoni degli ebrei è misto, è alta però anche la percentuale dei non coniugati dato il basso numero di bambini e di giovani in età non coniugale. La scelta del non matrimonio sembra dunque essere stata una costante abbastanza antica in una comunità per consentire a tutti il mantenimento di una rigida endogamia. Ma altrettanto frequente è la scelta del matrimonio all'esterno della comunità. La parte più consistente della popolazione si concentra nelle fasce di età adulta e anziana. L'età di chi si sposa è relativamente avanzata, soprattutto se confrontata con le abitudini matrimoniali dell'insieme della popolazione italiana nel periodo preso in esame. Nella comunità persiste una forte tradizione di solidarietà familiare, si vive con i genitori, con i figli adulti, con fratelli e sorelle, con zii e nipoti. Raramente chi è solo è in grado di bastare a sé stesso. Prevale perciò, in generale, il bisogno di rimanere insieme o di ritornare insieme.
A Verona la comunità si concentra storicamente intorno ad alcune grandi e numerose famiglie. I ceppi familiari di antica origine sono pochi di numero e ricchi di diramazioni, fortemente intrecciati e imparentati tra loro. Oggi alcune di queste famiglie si sono estinte, altre si sono disperse, altre ancora si sono allontanate dalla comunità ebraica. Ma alcune restano, a testimoniare una storia che non ha rinunciato al futuro.

 

Le leggi razziali del 1938

Dopo l'alleanza dell'Italia con la Germania vennero applicate anche in Italia le leggi razziali che venivano imposte a coloro che erano considerati di razza ebraica. Vediamo come venivano individuati gli ebrei.

"Agli effetti della legge:

  1. è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica;
  2. è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l'altro di nazionalità straniera;
  3. è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica, qualora sia ignoto il padre;
  4. è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi modo, manifestazione di ebraismo.

Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data dell'1 ottobre 1938-XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica".

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La reazione dei veronesi ai provvedimenti razziali

I Veronesi non si comportarono diversamente dagli altri italiani: l'antisemitismo, se si eccettuano ristretti ambienti religiosi e sociali, non diventò mai un pregiudizio effettivo e diffuso, anche perché gli ebrei erano pochi, fortemente radicati in una tradizione di molti secoli nella vita di città e di paesi, e disposti a vivere la loro diversità religiosa niente più che nella forma di una pratica domestica. Ma non vi fu nemmeno un moto di sostegno e di "complicità" nei confronti degli ebrei che ponesse gli orientamenti popolari in diretta opposizione con le indicazioni del regime. In assenza di atteggiamenti estremi in un senso e nell'altro la scarsa documentazione disponibile lascia comunque intravedere una certa varietà di sentimenti; e anche per Verona le testimonianze orali, non riferiscono di clamorose manifestazioni di intolleranza, certo non escludono che se un ebreo andasse in giro per la strada non fosse oggetto di gesti di dileggio, o si vedesse negare un saluto di un conoscente.

 

TESTIMONIANZE

Vittorina Basevi

Vittorina Basevi, nata nel 1918, apparteneva a una famiglia patriarcale. Nel raccontare gli anni dell'infanzia e della prima giovinezza, la signora Vittorina si intenerisce di nostalgia. A cinquant'anni dalla fine delle persecuzioni razziali, ancora s'interroga: "Perché mi sono salvata? Che compiti mi aveva affidato il signore? Furono anni bellissimi" ricorda "Verona non era una città antisemita e noi vivevamo tranquilli nella pace delle nostre case. La nostra era una grande famiglia i cui capi erano il nonno e la nonna. Il nonno aveva una sartoria in piazza Erbe, la nonna accudiva la sua grande famiglia: aveva avuto diciotto figli. La vita nella comunità ebraica scorreva serena e operosa, scandita dalle preghiere e dai riti delle nostre feste."
Era il 1935 e nella scuola già si cominciava a propagandare la dottrina razzista. "Nel nostro istituto non erano mai state fatte distinzioni di sorta fra gli studenti. Un mio compagno che mi aveva apostrofata "Brutta ebrea" fu sospeso dal preside per un mese, nonostante fosse il figlio di un alto ufficiale. Agli esami mi ritrovai alle prese con un professore altoatesino di provata fede fascista che, per punirmi dell'essere ebrea, mi rimandò proprio in italiano". Alla fine dell'estate Vittorina poté iscriversi alla facoltà di medicina dell'Università degli Studi di Padova. Frequentò i primi quattro anni di studi, poi fu espulsa.
"Le leggi razziali erano entrate da poco in vigore quando incontrai sul ponte Pietra il mio insegnante di religione. Egli mi vide piangente, disperata per il nostro futuro. Mi abbracciò e mi disse: "Dovremo riscrivere il calendario e inserirvi i nomi di nuovi martiri." Il presentimento del professore fu confermato dagli avvenimenti che scandirono gli anni seguenti con la persecuzione degli ebrei.
Per aiutare gli ebrei a mettersi in salvo a Verona funzionò anche un ufficio della DELASEM, una delegazione di assistenza che operava per conto dell'Unione delle comunità ebraiche. Vittorina Basevi grazie al coraggio e alla potenza del futuro marito Giosuè Castagnini, riuscì a fuggire in Svizzera con la famiglia.
Dopo la guerra ricominciare è stato difficile per tutti. Al dolore per i lutti subiti si aggiungeva lo smarrimento. Ricorda Vittorina, guardando le foto un po' scolorite dei parenti che la "Shoah" le ha sottratto. "Le foto scoloriscono ma il cuore non dimentica".

Gilda Forti

Gilda Forti fu arrestata la mattina del 24 novembre 1944. Le SS la trascinarono fuori di casa in pantofole e non le lasciarono prender nulla.
Gilda Forti impiegata di professione, era vissuta sempre con il fratello Guglielmo, con sua moglie Virginia Giacopini e con sua figlia Rossana. Le leggi razziali avevano rafforzato i loro vincoli d'affetto. La solidarietà degli amici che non erano ebrei, li aveva confortati a sperare.
Nel 1943 sarebbero stati catturati tutti e quattro, se non fossero stati avvertiti in tempo del pericolo. Quando tornarono a casa trovarono la porta sigillata. Allora la famiglia dovette separarsi. Guglielmo trovò alloggio in casa del parroco di Ospedaletto Lodigiano a Milano. Sua moglie e sua figlia furono accolte da alcuni amici, i coniugi Bruna Brusini e Alberico Melotti. Gilda Forti si rifugiò a casa del maestro Basevi.
I coniugi Forti e la figlia si salvarono. Rossana da cui proviene lo scritto della zia, cadde due volte nelle mani delle SS. La prima nel corso di una retata: fu trattenuta una notte e il giorno seguente fu rimessa in libertà pensando che non fosse ebrea. La seconda, quando fu arrestato il suo fidanzato, le SS sospettarono che anche essa fosse ebrea, controllarono all'ufficio anagrafe e un impiegato certificò che era "ariana", pertanto la rilasciarono, il fidanzato scomparve.
Rossana Forti vive oggi a Verona ed è attiva nelle comunità israelitica.

Lettera spedita il 18 dicembre 1944 dal campo di concentramento di Bolzano da Gilda Forti a Maria Romici, vicolo stella, 6,Verona.

Mia cara Maria
Scrivo a Lei perché tiene la mia roba e so che à tanto cuore che subito me la manderà.
Io mi trovo qui senza nulla, mi mandi le maglie i pannolini, fazzoletti, sapone cotone da cucina, asciugamani , la blusa di lana, le scarpe, e tutto quello che può, e anche un po' di soldi. E le scarpe di gomma. Mi raccomando di mandare tutto subito perché sa che sono venuta via senza nulla.
Io mi trovo bene e sto bene, l'aria è buona.
Mi mandi se può qualche cosa da mangiare.
Si interessi assieme alla mia famiglia di mandarmi il tutto a mezzo di qualche camion che viene a Bolzano.
Bacioni a tutti i miei e uno speciale a Lei.
Gilda
Mi raccomando la sollecitudine.

 

La fine della guerra

Nell'aprile del 1945, dopo la liberazione, si cominciò a "guardare" ed a cercare di riconoscersi. Lentamente si cercò di ritornare a casa e di rimettere insieme le persone e le cose. A Verona si ricostruisce la comunità israelitica con l'aiuto della signora Rossana Forti che comincia ad annotare nomi e date. Tra i nomi ci sono anche quelli di coloro che sono stati portati via dai nazisti, di cui però non si conosce ancora la sorte. Molti mancano all'appello: non sono i deportati ma quelli che si sono dispersi, fuggiti o sono rimasti in altri luoghi, quelli che, per amore o per forza, hanno abbandonato le tradizioni di origine, quelli che hanno ancora paura.
Quelli che tornano portano cicatrici non più dimenticabili. Ma tornano. Con pazienza cominciano a tessere il filo di una dolorosa identità.
Oggi gli Ebrei a Verona sono un centinaio, un numero molto piccolo rispetto al passato, che porta in sé una parte della storia della nostra città oltre che la sua stessa storia, e merita per questo attenzione, rispetto e conoscenza.

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