UNA TESTIMONIANZA DELLA SHOAH A TREGNAGO: I LÖWENTHAL
Consultando il libro "Ebrei a Verona", abbiamo scoperto che a Tregnago, o meglio nella frazione di Marcemigo, è vissuta nascosta per quasi due anni una famiglia legata alla Shoah: i Löwenthal. Per approfondire questa storia poco conosciuta abbiamo rintracciato alcuni testimoni: la signora Leonia Colombari, il signor Aldo Tommasi e il signor Roberto Rancan.
LA FUGA DALLA GERMANIA
Ma andiamo con ordine. Chi erano i Löwenthal?
Il libro "Ebrei a Verona" era molto sintetico nella sua informazione, quindi ci siamo rivolti agli abitanti più anziani di Marcemigo. La prima testimone è stata la signora Leonia Colombari che ci ha riferito dove si nascondeva Robert Löwenthal, cioè la contrada Carbonari.
|
|
|
Così il 25 gennaio 2001 noi ragazzi
di 3^A siamo andati a intervistare il signor Aldo Tommasi, che ci ha accolti
con molto calore ed entusiasmo, contento di poter raccontare la sua storia.
Il signor Tommasi ha oggi circa settant'anni, ma è molto in gamba; abita
ancora in questa sperduta contrada: una frazione di Tregnago, composta da pochissime
case, abitate prevalentemente da anziani, un posto decisamente fuori mano, ciò
spiega la scelta di Robert di nascondersi lassù. Per arrivare ai Carbonari
siamo dovuti passare da Cogollo, poco lontano da Tregnago (come si vede nella
cartina). Il padre di Aldo Tommasi, Giuseppe detto Bepi, tenne nascosti in casa
sua due inglesi e un ebreo (Loewenthal). Quest'ultimo alloggiò in casa
Tommasi per circa due anni, dall'8 settembre 1943 fino al 28 febbraio del 1945.
(nella foto a destra il sig. Aldo Tommasi (figlio di Bepi) oggi, a sinistra la medesima casa, di cui si vedono all'ultimo piano le piccole finestre della stanza dove si nascose Robert Löwenthal)
|
|
|
La famiglia Löwenthal, il 9 aprile 1933, e quindi poco dopo che Hitler era salito al potere, fu costretta ad andarsene da Berlino, perché nel loro Paese erano già cominciate le persecuzioni razziali; questa famiglia fu subito presa d'occhio e subì fra l'altro un'accurata perquisizione da parte delle S.A. Il motivo o pretesto era il sospetto che dei manifestini comunisti fossero stati stampati nella tipografia W.u.S. Löwenthal, di cui Robert era titolare, avendola ereditata dal nonno. Decisero di venire in Italia, che non era ancora schierata politicamente con la Germania, né aveva ancora adottato le famigerate leggi razziali, insomma i Löwenthal, come la famiglia Frank che emigrò in Olanda, speravano di eludere il destino.
L'ITALIA: UN RIFUGIO SICURO?
|
|
A Roma alloggiarono come clandestini fino al 1938, quando vennero a Verona. Qui si trovarono subito in buoni rapporti con alcuni esponenti dei giovani artisti e dell'antifascismo (Guido Farina, Berto Zampieri, Vincenzo Puglielli, Attilio Dabini che lavorava con lui e Giovanni Mardersteig). Gli incontri cospirativi avvenivano non solo in casa Löwenthal, ma anche nello studio di Berto Zampieri, scultore, a cui Brigitte Löwenthal legherà il suo destino. La giovane (era nata nel 1918 a Berlino) cominciò a lavorare con Berto nella Resistenza, stampando e diffondendo manifestini che incitavano gli operai a rifiutare la collaborazione nelle fabbriche in Germania. Nel frattempo Robert, il padre, forse per l'amicizia stretta con Giovanni Mardersteig, maestro di fama mondiale nella stampa artistica, fu assunto presso la Mondadori di |
Verona, ottenendone la direzione tecnica. Arnoldo Mondadori non si fece intimidire, anche grazie agli appoggi negli apparati culturali del regime, a consentire ad un ebreo di mantenere una posizione di così notevole prestigio.
Ma all'indomani dell'8 settembre 1943, quando Verona divenne punto strategico dell'occupazione nazista e centro della Gestapo, i Löwenthal lasciarono la loro abitazione e si separarono, ben consapevoli dei pericoli cui erano esposti. Berto Zampieri procurò loro un nuovo rifugio sicuro: Marcemigo di Tregnago nella Val d'Illasi, la casa del "conte ", cioè di Luigi Rancan, operaio nel cementificio di Tregnago.
Robert tuttavia preferì lasciare a Marcemigo la moglie e la figlia e
rifugiarsi nella contrada Carbonari, presso Giuseppe (detto Bepi) Tommasi.
"Roberto- racconta Aldo, che a quel tempo aveva circa tredici anni- era molto ricco, ma altrettanto gentile e generoso. Dava soldi a tutti i partigiani, e soprattutto a coloro che lo ospitavano, che rischiavano di essere scoperti dai nazisti. Egli che occupava una posizione importante alla Mondadori , ripeteva sempre che - se si fosse salvato - avrebbe costruito una succursale della Mondadori a Tregnago e avrebbe fatto diventare funzionari tutti coloro che l'avevano salvato!" Un'altra sua idea fissa era quella di non farsi prendere vivo, per questo girava sempre con del veleno, "Piuttosto di farmi arrestare, mi suicido", questo ricorda ancora oggi il signor Aldo. Allora per chi denunciava un ebreo nascosto c'erano delle taglie, cioè delle ricompense di circa 5000 lire, che allora era una bella cifra.
Ma la gente della frazione Carbonari era di buon cuore: non pensava al denaro, "Mio padre aveva fatto l'altra guerra, capiva la sofferenza di chi doveva scappare, nascose Robert senza chiedersi quali rischi correva."
UN'AZIONE PARTIGIANA A VERONA: L'ASSALTO AL CARCERE DEGLI SCALZI
|
La vicenda dei Löwenthal si lega anche a un episodio famoso della Resistenza veronese: l'assalto alla prigione degli Scalzi per liberare Giovanni Roveda, esponente comunista. L'azione avvenne il 17 luglio 1944, per opera di un G.A.P. La situazione di Verona era allora drammatica: retate, fucilazioni e deportazioni erano all'ordine del giorno. Fra i membri di questo gruppo c'era anche Berto Zampieri, Lorenzo Fava, Emilio Moretto, Danilo Pretto, Vittorio Ugolini. |
|
Fermata l'automobile davanti alla prigione, Moretto suonò e, all'aprirsi del portone, entrò puntando la pistola alla sentinella. Prelevato Roveda e tornati sull'automobile cominciano i guai: l'auto non parte, dal carcere aprono il fuoco, Moretto, Fava e Pretto vengono feriti mentre spingono il veicolo. Roveda è in salvo, ma Pretto e Fava muoiono (il secondo a seguito delle torture subite nonostante le ferite riportate). Ma anche Berto Zampieri rimane ferito al femore e si rifugia (trasportato sulla canna della bicicletta dal nipote Benedetto) a Marcemigo da Luigi Rancan. Era ovviamente ricercato dalla polizia, perché ritenuto "capo del gruppo". Zampieri, la cui ferita minacciava cancrena, dovette nascondersi con il nipote e Brigitte in una grotta vicino a Marcemigo. Tutto questo avvenne nell'estate del 1944, l'ultima estate di guerra.
BRIGITTE, UNICA SOPRAVVISSUTA A UN TRAGICO DESTINO
Come si arrivò all'arresto dei Löwenthal? Chi fece la spia? Qualcuno che voleva la taglia o qualche fanatico fascista? Pare più forte la seconda ipotesi: due fascisti la cui esatta identità non siamo riusciti a stabilire, ma che dopo la liberazione lasciarono Tregnago, emigrando, anche perché non erano molto popolari, il signor Aldo Tommasi ricorda che qualcuno fece loro "assaggiare il bastone" per vendetta di tutti i torti subiti quando essi vestivano la camicia nera.
|
|
Il destino attese al varco Anna e Robert Löwenthal poche settimane prima dell'insurrezione generale del 25 aprile 1945. Il loro arresto avvenne in casa Rancan alla fine del febbraio 1945. |
Furono così portati poi all'ospedale di Tregnago su di un carretto:
Robert morì lo stesso giorno, Anna, la moglie, il 3 marzo e Brigitte
prodigiosamente si salvò.
La sorella e la madre di Roberto furono arrestate e portate in prigione, dove furono tenute per circa un mese e mezzo. La madre era incinta di Roberto (Berto Rancan, uno dei nostri testimoni, che ci ha fornito anche le foto di queste pagine).
Dopo la guerra Brigitte si sposò con Berto Zampieri, ed ebbe da lui due
figlie, di cui una vive in India: proprio in questo lontano Paese è morta
Brigitte nel 2000, durante un soggiorno presso la figliola. L'altra figlia invece
è morta da tempo a causa di una disgrazia (una fuga di gas nella sua
abitazione a Verona).
I corpi dei coniugi Löwenthal, pur essendo ebrei, furono sepolti per pietà cristiana nel cimitero di Tregnago, dove ancora oggi si possono leggere le seguenti righe:
|
|
|
|
LA CONTRADA CARBONARI: RIFUGIO PER DUE ALLEATI INGLESI
Dallo stesso testimone abbiamo saputo che in casa Tommasi, furono nascosti anche due inglesi che erano fuggiti dal treno che li trasportava. Solo uno dei due sopravvisse, Stefano che nel 1870, tornò ai Carbonari a cercare "Bepi", il suo salvatore. Subito nessuno dei familiari capiva chi fossero quei signori con macchine fotografiche al collo; ma Aldo riconobbe subito Stefano, così fecero una grande mangiata: non sapevano cosa offrire agli inglesi, ma loro volevano a tutti i costi farsi una scorpacciata di polenta. E allora prepararono polenta e mortadella per tutti!
L'altro inglese invece, che era andato a combattere con i partigiani dalla parte del vicentino, morì tornando a casa, in un bombardamento degli alleati, negli ultimi mesi di guerra. Erano tutti in fila indiana, quando passarono gli aerei degli alleati. Questi ultimi, vedendoli, li scambiarono per tedeschi, e cominciarono a sparare raffiche di mitra. Purtroppo un inglese rimase colpito dai suoi stessi Compatrioti.